Pausilypon, dall’antico greco, intende “pausa dal dolore”, dove l’anima trova il rifugio nella bellezza del sito.
Il Capo di Posillipo è la “Napoli Gentile“ a mare, da sempre luogo di antica e nuova aristocrazia. Nella loro colta Napoli gioiosa, una delle più prestigiose capitali d’Europa dell’epoca barocca, i nobili napoletani si accostavano ai loro lidi di sabbia per danzare le sensuali tarantelle, meglio a piede nudo, e per assistere alle tauromachie.
Lì, alle più basse pendici della lingua tufacea del Capo, la dimora seicentesca incompiuta del Palazzo Donn’Anna, gentile nome della moglie del Viceré spagnolo, fa ancora da sfondo discreto sulla sua piccola baia di mare incantato, quasi una porosa rupe tufacea emergente dall’acqua, palazzo che naviga sul mare.
Lì, dopo più di un secolo, non così lontana la fine del Regno della Due Sicilie,
lady Emma Hamilton, la voluttuosa sposa fanciulla dell’Ambasciatore reale inglese alla corte del Re di Borbone, danzando, lasciava la sua ardita impronta sulla sabbia per infiammare i focosi ospiti cortigiani del suo villino pompeiano di Posillipo. Oasi luminosa di verde mediterraneo e di mare turchese, costa femmina della città, amata dai pittori del vedutismo del 1800, di fronte a Capri romantica. Dal 1840 i “Bagni marini”, poi chiamati “Elena” nel 1899, con un’acqua limpida e profonda, erano il primo e il più aristocratico lido di Napoli, voluto dal principe posillipino Fabrizio Colonna. Già sospeso sulle palafitte lignee ben tornite, che avanzavano dalla spiaggia sul mare, nella tradizione napoletana dell’ingegneria balneare, tramandata artigianalmente di padre in figlio. Fusti pregiati riparati nelle grotte di tufo, d’inverno, piantati a colpi di maglio nella rena a dunette del fondo sommerso, in primavera. Sito ideale per i “bagni terapeutici”, con la migliore spiaggia naturale di sottile sabbia vulcanica del Vesuvio. E “l’unica per le stufe di arena”. Un lido di approdo di Oscar Wilde e dell’ammiraglio Nelson, di Richard Wagner e di Massimo Gorki. Nel pieno fulgore del lido, ormai a Italia unita, il 1899 battezza il “Bagno ELENA” col nome della principessa di Montenegro, giovane sposa del Principe di Napoli, Vittorio Emanuele di Savoia III, futuro re d’Italia dopo l’attentato del 1900 al Re Buono, Umberto. La regina Elena soleva, spesso, venire nella Napoli di fine ‘800, in incognito, a passeggiare in quello stesso miglio di strada in dolce salita. Viene, quindi, l’epoca in cui la spiaggia marina attrae sempre di più le famiglie benestanti, che vivono lì nuove forme di mondanità. L’arrivo della regata remiera della Coppa “Lysistrata”, promossa da un magnate americano a inizio Novecento, era ai Bagni Elena, con il suo palco regale. Poi, il mito del Ventennio, rivolto a valorizzare ogni esercizio che servisse a modellarsi un corpo armonico e muscoloso, trova al mare i suoi fans.
Gli allenamenti ginnici avvengono sul bagnasciuga. Nel dopoguerra, l’elegante “Bagno Elena” con le palafitte a due piani, coronato alle spalle da palazzi umbertini e liberty,
divenne anche cenacolo di intellettuali napoletani: Eduardo De Filippo, Domenico Rea e Totò furono assidue presenze di questo nido di amanti del mare e di Napoli.
Poi venne il successo di massa degli ultimi decenni del 1900.